Lettera alla mia migliore amica




by Giusi Nigro
Ti conosco da quando eri bambina, ti ho vista crescere ed ho notato in te quella espressione triste, gli occhi piangenti di chi ricorda cio’ che vorrebbe dimenticare. Hanno tirato I tuoi capelli e ti hanno forzata a fare cio’ che tu, incredula, hai stentato a credere, in quell’angolo buio dove tracce di sangue cancellate dalla pioggia ma che tu ancora vedi e che ti lacerano dentro ogni volta che ripensi la scena. Di notte, non sogni piu’ di essere afferrata con violenza, buttata a terra e sovrastata da due mostri, ma sogni di essere forte e combattente: una notte spari, munita di fucili a canna, la notte successiva li tagli con un coltello da cucina, e ancora li pugnali o li leghi. Di notte, nella tua solitudine sei forte, non sei impotente come quella sera, dichiari vittoria. Poi ti svegli piangendo e la realta’ ti si spiaccica davanti sfrontata. L’ennesima doccia cancella come a scrollarti di dosso quell’odore, quelle mani sporche che si infiltrano tra le mutande, e lasci l’acqua scorrere su quell’innocenza rubata.

Anni e anni di “Perche’ me?” e perche’ te? Non avrai mai una risposta, non riuscirai mai a capire, non c’e’ un perche’, eri quella di turno, tutto pur di predominare, come l’istinto bestiale di chi non ha freni davanti ad un debole, come quella vittoria temporanea che ti da il titolo di campione per un momento, come i perennemente perdenti che cercano di rifarsi e agiscono in gruppo per darsi la carica, per sentirsi meglio, quei malati di mente che collezionano trofei, trofei finti, immaginari, dovuti solo alla forza fisica contro qualcuna piu’ fragile, e piu’ debole. Non eri tu il mirino, solo la tua gonna. 

L’umiliazione subita e il silenzio sono stati un macigno per te che ti sei portata dietro per lunghi anni, il giudizio della gente che non poteva sapere. Quelle parole pesanti che rimbombano ancora “ lei c’e’ stata!” di chi non era presente ma voleva credere alle vittorie raccontate. Il giudizio popolare di paese che protegge gli assalitori e fa strage della vittima. Tu eri piccola, innocente, impaurita, indifesa, non potevi sapere che ti saresti pentita del silenzio, che se avessi avuto una guida, li avresti mandati volentieri in prigione. Hai creduto alle minacce: “se parli sei morta!” e sei morta lo stesso.
Vivere come non esistere, sentirsi invisibili e meno di niente, credere di essere sbagliati, abbandonarsi a pensieri scadenti, vili contro se stessi, incolparsi: “Me lo sono meritato, mi sono fidata”, non merito niente di buono, scelgo sempre le cose sbagliate perche’ io sono sbagliata, rifiuto delle cose belle.

No, non sei sbagliata, occorreva quel terapista a mettertelo in testa. Tu o un’altra sarebbe stato lo stesso. Non vergognarti, non farli vincere, devono vergognarsi loro del crimine che hanno commesso, quei luridi stinchi da galera, non li hai denunciati, non per complicita’, ma per paura, per irresponsabilita’, perche’ nessuno insegna ad una ragazzina come comportarsi in questi casi.

Siamo educati alla vergogna, alla derisione della verita’ come in un piccolo centro dove si puo’ perpetrare una violenza e saranno tutti dalla parte del forte, anche se il forte non e’ nel giusto.
Non puoi cancellare il passato, lo so, che pesera’ per sempre, ma fa si che il peso che ti porti dietro, ti porti fortuna. Guardati dentro, tu non sei come loro, tu sei di piu’, tu sei sensibile, profonda, e sei quello che loro vorrebbero, tu sai ballare, danzare sotto la pioggia, guardare le stelle e luccicare con loro, tu sai guardare l’orizzonte e creare altre linee congiunte, tu sai ispirare. Guarda loro e chiediti “che sanno fare? Chi frequentano? “. 

Tu sei il successo vivente che dal male si puo’ guarire. Guarda i tuoi occhi pieni di luce, guardali dentro, riflettono quell’equilibrio che hai tanto cercato, dicono che il passato sta dietro e bisogna andare avanti, elencano i costi pagati, strapagati ma estinti. Ora e’ il tuo turno di vivere, fallo, non esitare, abbi il coraggio di cambiare tutto cio’ che non ti piace, stai lontana da gente inutile, ridi!
Ricordi quando ridevi per non piangere? Carissima amica, non sara’ piu’ cosi’, la vedo io quella luce nei tuoi occhi, quella forza di chi guarisce dopo una malattia terminale, quella grinta di chi lotta e vince contro un orso. Quella loro risata da strega che rimbombava nelle tue orecchie, adesso e’ il tuo sorriso di felicita’, calma, tranquillita’ comprensione che il male non e’ una droga di cui assuefarsi, ma e’ una vittoria contro il dolore, e’ forza, e’ metterci l’anima. Il resto non conta. Ride bene, chi ride ultimo!

Sono orgogliosa di te.
 
La tua amica, 

Giusi Nigro

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