La Metafora dell'Impero Romano

JN Sylvestre, Sacco di Roma ad opera dei Visigoti, 1890 - http://it.wikipedia.org/wiki/File:Sack_of_Rome_by_the_Visigoths_on_24_August_410_by_JN_Sylvestre_1890.jpg, 2013
JN Sylvestre, Sacco di Roma ad opera dei Visigoti, 1890





By 
F guzzardi
«I due più grandi problemi della storia» sosteneva J. Reid nel primo volume della Cambridge Medieval History «sono: come renderci ragione del sorgere di Roma e della sua decadenza».
 La decadenza dei paesi occidentali (Europa ed USA) ricorda stranamente la caduta del piu` grande impero che il mondo abbia visto: Roma.
L'economia si muove in altre direzioni e questo non certo per caso,In un mondo che va ad un'altra velocita` rispetto a quello degli Romani, i secoli impiegati da Roma per abdicare, sono paragonabili a decenni di oggi - leggendo l'analisi storica dell'impero Romano, si nota una grande somiglianza con i problemi che si trova ad affrontare l'occidente.
Noi oggi viviamo, nei Paesi Occidentali, pressappoco nello stesso modo in cui vivevano gli antichi Romani: possiamo essere proprietari, obbediamo alle leggi promulgate dallo Stato, traiamo la nostra ricchezza dal commercio e dagli scambi. Nel Medioevo, grosso modo dal V al XV secolo, le cose andavano diversamente; durante il feudalesimo (IX-XII secolo) si può anzi dire che andassero in modo contrario: la proprietà individuale non esisteva più, lo Stato era sparito, la moneta rara, le città inesistenti, il commercio nullo; la sola sorgente di ricchezza era la terra, a cui la massa degli uomini era legata dal servaggio.
La storiografia ufficiale banalizza il problema della fine di Roma e di tutta la civiltà antica attribuendola alle invasioni dei popoli germanici nel V secolo; ma è una spiegazione che non regge. I Romani erano abituati da secoli a combattere i barbari, e a vincerli. Le orde di Germani che dilagano per ubertose campagne distruggendo e bruciando ogni cosa, appartengono all’immaginario popolare, non alla storia. I Visigoti di Alarico che saccheggiarono Roma il 25 agosto 410, riuniti a Pavia prima dell’assalto, sappiamo che non erano più di 20.000, donne, vecchi e bambini compresi: di fronte a loro, c’era un Impero immenso, che distendeva le sue leggi, il suo ordine e la sua pace dalla Scozia al Golfo Persico, dal Sudan al Danubio e al Reno. Ma un Impero che era già morto per conto suo, consumato, imputridito, rovinato; la caduta dell’Impero Romano non fu un crollo improvviso, ma il risultato di una corrosione che andò avanti per secoli – ci sono Stati che non hanno nemmeno vissuto il tempo che ci ha messo Roma a cadere.
Per capire che cos’era successo, bisogna riferirsi a come si era costituito l’Impero Romano e di che cosa viveva. Roma, piccolo borgo di contadini poveri e coraggiosi, a forza di contendere ai suoi vicini le buone terre da grano, era partita senza saperlo alla conquista del mondo, edificando uno dei più grandi e longevi Imperi della storia senza avere un preciso piano di espansione. Prima soggiogò i vicini più prossimi per assicurare le proprie frontiere, poi passò a battersi e a sconfiggere nuovi nemici su nuove frontiere, limitandosi inizialmente a fare quello che richiedevano le circostanze del momento. L’Italia sottomessa; Cartagine, possibile rivale e padrona del mare, distrutta; e per finire, tutto il bacino mediterraneo soggiogato. I soldati vinti ridotti in schiavitù, i Paesi conquistati messi a sacco, le loro ricchezze e i loro tesori – quelli dell’Oriente soprattutto – portati a Roma. L’Impero era «una civiltà che non mancava né di vigore, né di maturità, né di virilità», come la definì H. Urs von Balthasar (Das Ganze im Fragment; traduzione italiana: Il tutto nel frammento, Jaca Book, Milano): poche civiltà sono state così sicure di se stesse, così coscienti della propria grandezza.
La Roma del tempo d’Augusto e di Virgilio, quella, nel secolo seguente, dei buoni Imperatori Antonini, volle riprendere e completare l’opera civilizzatrice di Atene: Pax Augusta, l’ordine ovunque, il diritto, un’amministrazione non corrotta, uno Stato liberale che riduce i suoi servizi e, di conseguenza, le sue esigenze, al minimo. Ma le sue immense ricchezze venivano divise non fra tutti i Romani, ma fra i loro capi, i ricchi, senatori e generali, forse duecento famiglie: persone immensamente, favolosamente ricche e potenti.

 Questi Romani non si accontentarono di godersi la vita con i grandi beni di cui potevano disporre, ma si preoccuparono di collocare il capitale perché desse un interesse. Comprarono quindi della terra o se ne fecero attribuire per diritto di conquista e vi produssero del grano a buon mercato, grazie alla manodopera servile, formandosi così possedimenti tanto vasti che, per esempio, nel III secolo della nostra èra, tutta la Tunisia attuale non apparteneva che a sette persone. E i piccoli contadini, incapaci di resistere alla concorrenza dei grandi proprietari, furono costretti a cedere a poco a poco e a basso prezzo le loro terre. Tuttavia i Romani facevano anche venire le sete dalla Cina, le spezie dall’India, dal Levante gli oggetti d’arte che l’Occidente non produceva. Così a poco a poco, finite le conquiste, il denaro predato in Oriente tornava in Oriente. I Romani non avevano nulla da esportare in cambio delle loro importazioni, ma anche se se ne resero conto, nulla poté arrestare l’emorragia dell’oro. Tutto ciò durò circa due secoli e improvvisamente, verso il 200, ci si accorse che non c’era più denaro nell’Impero. Gli Imperatori poterono ben svalutare la moneta, mettere piombo nell’oro, moltiplicare i pezzi di bronzo, nulla servì. I prezzi delle cose necessarie per vivere salirono vertiginosamente. Nel 344 il grano egiziano costava 6.680 volte di più che nel 294. Mezzo secolo dopo, sarebbero occorse 16 tonnellate di monete di bronzo per comperarne 25 chilogrammi. Qualsiasi commercio diventò impossibile. (La pressione tributaria, ovviamente, salì: si cercava di far quattrini in ogni modo, e le tasse colpivano tanto la persona, quanto i suoi beni. Chi ci rimise, in particolare, era la classe media, la «borghesia», sempre più tartassata e impoverita).
Quello che succede oggi in occidente, ci ricorda la caduta dell'impero romano, che non fu uno schianto improvviso ma una lunga parabola discendente, propiziata dall'idea di essere invincibili e forse lo erano dal punto di vista militare, ma e` la natura dell'uomo che spinge ad abbassare la guardia - Roma e` la metafora del declino Euro-Americano, e gli Unni, i   Germanici, i Barbari, i Vandali - si chiamano Cina, India, Brasile, Africa...

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